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À rebour

Parto al contrario, dal ritorno, da quando ho serrato le palpebre, dopo aver spento la luce sul comodino, dopo aver lanciato i vestiti pregni di sudore ormai asciutto in giro per la camera in penombra, dopo essere rientrato con gli occhi a pois per la stanchezza dovuta alla guida attraverso un'alba in cristalli di ghiaccio e nebbia.
Pochi minuti fa sono salito nella mia macchina che avevo lasciato a casa da Ni'. Cambio auto: io, Mb, Alessandra e Ni2 passiamo dalla Punto di Ni' alla Ypsilon. Laura, stanca dei bambocci e della nottata, è tornata da sola, con il taxi. Tutti o quasi avevamo dormito durante il viaggio di ritorno in autostrada con il sole che minacciava di sorgere da un momento all'altro dietro le sagome dei capannoni silenti. Stretti nei sedili posteriori gli altri, io con la testa che franava in modo pauroso dal lato passeggero, Ni' lanciato sull'asfalto, le braccia tese e le mani strette forte intorno all'impugnatura di plastica del volante. Ogni tanto sbuffava. Ogni tanto parlavamo con la voce bassa di chi ha molto sonno. Non ricordo di cosa abbiamo parlato con precisione: sprazzi della lunga notte che stava per morire, ricordi dell'immediato passato alle nostre spalle.

Come prima di tornare al parcheggio in Piazzale Roma per recuperare la macchina, quando eravamo nel vaporetto che avevamo preso da Piazza San Marco, intorno alle sei (le sei di mattina); non c'era molta gente, soltanto noi cinque e un'altra manciata sparsa di persone: una coppia anziana con tanto di zaino e sci, pronti a partire per la montagna, un paio di figure non ben identificate in fondo verso poppa, una ragazza e un ragazzo nella fila di sedili accanto alla mia. Eccoli lì. Lei stava seduta sul posto vicino al finestrino, con le ginocchia puntate sul poggiatesta di uno dei sedili della fila di fronte, quasi raggomitolata. Lui le stava a fianco, non si vedeva che la schiena, e la baciava. Si baciavano, con baci ubriachi dai movimenti lenti e umidi. Per loro noi non esistevamo: solo il desiderio. Poi la mano destra del ragazzo è partita con decisione, diretta tra le gambe di lei coperte a malapena dalla minigonna in jeans e da un paio di autoreggenti. Il movimento del braccio e della mano non lasciavano spazio a nessun dubbio. Mi ero fermato a fissarli per un po', incredulo. Poi mi sono stancato, anche un po' incazzato con me stesso, e mi sono voltato dall'altra parte. Fuori dal finestrino scorreva rollando la parte più brutta della città, quella dello scalo marittimo, quella che i turisti non conoscono, o meglio, non vogliono vedere: la memoria del nostro ventesimo secolo del cazzo.
Ma una mezz'ora prima di mettere piede su quella bagnarola fredda, eravamo ancora ai giardini della Biennale, dentro al Padiglione Italia, insieme a Wonder Woman, Super Mario, una manica di checche vestite da preti, giovani vestiti da manichini e vecchi mascherati da giovani. Ci eravamo fatti largo a gomitate tra la giuncaglia di corpi sfatti e dondolanti per poi arrivare nella sala seminterrata, dietro al bancone dei drink da dieci euro l'uno, dopo esserci tolti il giubbo per poter meglio sopportare il caldo fatto di sudore, fumo e forme d'onda a dente di sega. Una mareggiata violenta di suono ci aveva travolti e i nostri corpi non avevano potuto fare altro che lasciarsi trasportare, in balia: mani in alto, palpebre socchiuse e anche un bel po' di carne intorno.
Eravamo partiti da Campo San Luca prima di arrivare alla festa. Da due ci siamo ritrovati in sei, tre nuove conoscenze e un vecchio amico. Una cassa di legno era stata modificata per alloggiare un rudimentale impianto audio mobile dal quale usciva soltanto reggae. Il bar Torino puzzava parecchio, un misto di piscio e acqua salmastra, ma l'abitudine a tutto questo faceva da padrona e, almeno io, non ci avrei fatto caso se qualcuno non me lo avesse fatto presente. I dj, decisamente più casalinghi e veraci di quelli che avremmo poi incontrato alla festa, svolgevano egregiamente il loro dovere, nonostante tutto, malgrado le bevande e le turiste americane o canadesi (o giapponesi o coreane o inglesi o spagnole o portoghesi o francesi oh oh oh) in piena esplorazione culturale.
Sulla strada per San Luca, poco dopo il ponte dell'Accademia, passava un tizio che per carnevale si era vestito da fervente sostenitore del Ku Klux Klan, con tanto di tonaca bianca e cappuccio puntuto in tinta. Forse aveva scambiato la laguna per il Missisipi. Nello stesso momento in cui io lo stavo guardando con aria sorpresa e con ancora in bocca il gusto del rhum appena ingollato in campo Santa Margherita, passavano due ragazzi di colore, americani, rapper dall'abbigliamento sbracato e con gli occhiali da sole anche se erano ormai le undici di sera: la reazione è stata quasi immediata, suppongo. Noi eravamo ormai troppo distanti e non abbiamo sentito che le voci alterate dei due che inveivano contro quel coglione. Non deve essergli successo nulla di male (o di immeritato) ché il giorno dopo i giornali locali non ne hanno affatto parlato.
Il cielo gocciolava e la trachite sudava quasi fosse stanca di sopportare il peso di tutte quelle persone. Eravamo arrivati a Piazzale Roma verso le undici e qualcosa, dopo che io ero rimasto ad aspettare Ni' sotto il portone di casa sua giusto il tempo di fumarmi un paio di sigarette e osservare la giovane fauna locale schiamazzare fuori da un pub poco distante. Per un attimo ho temuto il peggio, quando l'orda urlante di ragazzini si è avvicinata fino quasi a raggiungermi. In quel momento ho pensato che forse sarebbe stato meglio me ne fossi stato a casa. Invece mi trovavo lì, con tutta la notte davanti, per via di una telefonata di soltanto mezz'ora prima:
«Pronto?».
«Ciao Al3! Tutto bene?»
«Sono un po' stanco, ieri sera ho fatto tardi...».
«Ah, sì? E come mai?».
«Sono andato a vedere gli Scuola Furano che facevano un dj-set in campo».
«Bello!».
«Sì, una figata. Han fatto pure il remix della sigla di Colpo Grosso, te lo ricordi?».
«Cìn cìn, cìn cìn, ricoprimi di baci...».
«Esatto, proprio quella e poi...».
«Senti ma stasera? Che fai?».
«Mmh, pensavo di rimanere a casa. Non è che abbia molta voglia di uscire... e poi non ho molti soldi e non vorrei nemmeno tornare troppo tardi visto che pure ieri...».
«Uh, be'. Se è per quello non preoccuparti, passo a prenderti io con la macchina, così torniamo a casa quando vogliamo, ok? E per i soldi non è un problema».
«Ci penso su, sono indeciso. Grazie, intanto».

Ed è così che ho appoggiato la mia guancia sinistra sul cuscino, quando fuori erano le otto di mattina e le vecchiette andavano alla prima messa della domenica.

Riferimento

Indirizzo di riferimento per l'intervento:
http://www.al3sim.com/cgi-bin/mt/mt-tb.cgi/116

Commenti (3)

gaja:

Sì, bello. Bello anche rileggerlo qui.
Convicente.
Evocativo.
Suggestivo.
Continua, bro! :-))**

E' come se ci fossi stata anche io. Bravo Ale ;)

@ gaja: grazie sister. :)

@ donnalaura: magari c'eri anche tu e non te ne eri resa conto, no?


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Questa pagina contiente un singolo intervento scritto il 11.02.08 00:39.

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