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Labirinti

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Acqua alta, cielo basso, grigio. La biblioteca è deserta la mattina, soprattutto a dicembre, sopra tutto. Il sonno, i sogni stanno appesi alla pelle, scorie della notte. Basterebbe un po’ d’acqua per toglierseli di dosso, ma dalle bocche dei rubinetti dei bagni esce soltanto acqua fredda che taglia e punge, come punge la siringa usata, abbandonata sulla ceramica non più brillante. Quindi, meglio evitare.
Il monitor del computer portatile dischiude un altro mondo, altre molteplici esistenze parallele impercettibilmente differenti, totalmente altre. Le dita seguono il pensiero e disegnano l’inizio di una storia senza fine che comincia così, o che forse continua senza mai iniziare:

Acqua calma, cielo terso e azzurro. Il vociare sommesso, sommerso e, a tratti, allegro degli studenti riempie ora dopo ora le sale di lettura della biblioteca. Le finestre semi-aperte lasciano entrare sbuffi di aria tiepida, nonostante sia novembre inoltrato. I ragazzi guardano le ragazze quasi fosse primavera; le ragazze guardano i ragazzi senza farsi vedere, con gli occhi che fuggono a scatti improvvisi.
232269 guarda l'ora, strofina gli occhi sulle mani per tenerli svegli sopra i fogli e le righe del libro che sta leggendo. Lo ha trovato abbandonato in treno quella mattina stessa perché lo stava chiamando. È un libro dalla copertina scura e spessa di cartone, senza nessun titolo né sul dorso né da nessuna altra parte. È stato questo a incuriosire 232269, il fatto di non capire di che libro si trattasse ma anche l'incipit che suonava più o meno in questo modo:

Zombie. Adoro svegliarmi la mattina presto all'alba e prendere il treno, proprio per vedere gli zombie. Anch'io sono uno zombie, perché mi alzo presto, quando fuori le cose e le case non hanno ancora nessun contorno e si sciolgono nel buio. È allora che esco, che usciamo. Non certo per mangiare il cervello ai vivi – quello di solito lo preferiamo per cena –, al massimo per un caffè e una brioche alla marmellata, al bar della stazione che non chiude mai. Dopo la colazione, prima di pagare alla cassa, sono abituato a prendere un quotidiano all'edicola, sempre dentro al bar, per controllare gli annunci di persone sole che cercano compagnia. Mi segno i loro numeri di telefono sull'agenda per dopo, quando li chiamerò durante la pausa pranzo in ufficio e mi farò invitare, grazie al mio charme irresistibile a casa di uno di questi sconosciuti per cena – per cenare con la loro materia grigia, sia chiaro –.
Di solito faccio tutto questo nel giro di cinque minuti: caffè, brioche, giornale, agenda, cassa, scontrino. Questa mattina invece i miei occhi vitrei si fermano su un articolo – per la precisione si tratta di una lettera anonima alla redazione – che ha attratto la mia attenzione, tanto che non mi sono potuto trattenere dal trascriverlo sulla mia agenda:

Egregio Signor Direttore del giornale,
mi sono permesso di scriverLe questa lettera perché non potevo più tacere. Vede, io a casa possiedo cinque gabbie di canarini e compro il Vostro giornale ogni due giorni soltanto per metterlo nel cassetto-raccogli-merda e facilitarmi, in questo modo, l'operazione di pulizia dei miei cari volatili. Non mi prendo nemmeno la briga di leggerlo o sfogliarlo perché, con tutta franchezza, credo sia una perdita di tempo senza pari. Sono più gli spazi pubblicitari che le notizie e le notizie, quando ci sono, assomigliano a delle pubblicità. Non è questo però il motivo per cui Le scrivo.
Ora succede che, da un mese a questa parte, dopo cioè che avete rinnovato la linea editoriale della Vostra testata, la carta che usate per il giornale non sia più la stessa di prima: è più sottile, porosa e rilascia una marea d'inchiostro quando si inumidisce. Mi creda: ieri ci ho messo più di un'ora per togliere la foto del nostro Presidente del Consiglio che si era stampigliata sulla plastica in fondo alla gabbia e alle sue spalle, in quella foto che lo ritraeva con un sorriso pacioso, c'era un cartellone pubblicitario – ovviamente la scritta era al contrario e mi sono dovuto sistemare di fronte a uno specchio con il cassetto-raccogli-merda per riuscire a decifrarla correttamente – che Le riporto qui di seguito:

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Orsetta mia, ti prego:
PERDONAMI!!!
Hai ragione tu: sono soltanto un porco.
Mi sono accorto che
non posso più vivere senza di te.
È già troppo tardi per continuare?
Sono ancora in tempo per essere di nuovo
il tuo Orsetto Pucci Pucci?
Tengo sempre il telefonino acceso
e, se vuoi chiamarmi, sai che il mio numero è
34061061007.
Ti prego:
CHIAMAMI!!!
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Un telefono cellulare squilla in un bagno lercio di una stazione di provincia. La suoneria è un insulto alla musica classica. Un uomo, che ha da poco superato la cinquantina con un sorpasso imprevisto e azzardato, ha appena finito di pisciare. Nello stesso istante in cui gli suona il cellulare, cerca tra mille contorsionismi di trovare con una mano il telefono nella tasca della giacca, con l'altra di chiudere la lampo dei calzoni con il risultato di rischiare una brutale circoncisione:
«Pronto?».
«Dai, non fare lo scemo! Tanto lo so che lo hai visto benissimo il mio numero di cellulare sullo schermo prima di rispondere».
«Per essere sincero, no. Ho risposto senza guardare».
«Seee... Ma che cazzo ti credi di fare con tutti quei cartelloni affissi in giro? Sei impazzito? Così peggiori soltanto le cose, che tanto poi sono irrecuperabili comunque».
«Ma... ».
«Nessun ma, brutto stronzoviscidovermepusillanimevigliacco. Non c'è più niente da dire, non ti posso perdonare, non dopo averti trovato a casa nostra con quella troietta sopra il nostro letto!».
«Ma allora perché chiamarmi?».
«Per dirti che ho un altro!».
Clic.

L'uomo si gira per aprire la porta del bagno ricoperta di scritte. Una di queste è composta da un disegno a pennarello nero:

pornodrawing.jpg

Poco più sotto, con la stessa grafia e con lo stesso tratto, una scritta recita:

Sono l'infinito,
sotto di me,
dentro me,
infinita(’),
l(')ot(t)o
tra le gambe.
Vieni (dentro),
sabato 29 dicembre
al Centro Sociale,
al porto merci.
Sicuramente,
appena mi vedrai,saprai che sono io.

Il capannone industriale rimbomba per le vibrazioni minimal controllate dai due DJ sopra il palco. Poca luce. Bottiglie di birra schiantate sul pavimento in calcestruzzo. Ragazzini senza peli palpano le loro amichette tra bagliori intermittenti. Felpe, stelline, cappuccio, lingue. La droga non teme il freddo, l'amore è morto da un pezzo.
Un ragazzo, alto e coi capelli quasi rasati, porta la barba. I suoi grandi occhi color nocciola, vagano, sondano, senza trovare ciò che cercano quando, di colpo, si bloccano. Le palpebre si serrano per mettere a fuoco, cercano di eliminare il brusio luminoso degli stroboscopi. Eccola là, è lei.
Si capisce subito che lei non ha nulla da spartire con quel posto, con i graffiti che le fanno da sfondo, con i corpi che si agitano nel buio del suono né, tantomeno, con quello che sta fuori da quella periferia chimica. Il ragazzo, quasi a tempo con la cassa in quattro quarti, si muove verso di lei, ipnotizzato, sconvolto, per poi bloccarsi. Per un minuto a centoquaranta bpm se ne sta impalato a pochi metri, confuso tra i piloni di cemento, indeciso sul da farsi. Lei incrocia lo sguardo di lui e lo prende per mano.
«Sei pronto».
«Per cosa? Non mi sento pronto» le dice come risvegliandosi da un sogno.
«Per conoscerti...».
«Ma non sarebbe meglio che fossi io a conoscere te, prima?».
«Già sai chi sono, non serve che sia io a dirtelo».
Escono così dal capannone, lei davanti, lui dietro, trascinato dalla stesso incontrollabile e misterioso stimolo che lo aveva mosso a rispondere a quella scritta letta per caso nel bagno di una stazione, oltre che dalla mano che in quel momento lo guidava con decisione.
Il piccolo edificio dei servizi igienici puzza e manca la corrente. I due entrano, lei blocca la porta con un manico di scopa. Dopo essersi alzata la gonna fin sopra la schiena,malgrado il freddo, appoggia le mani al muro manco fosse una perquisizione degli sbirri, volge la schiena al ragazzo che porta la barba e, protendendo con voluttà il fondoschiena nudo, dice:
«... e adesso non devi fare altro che guardare dentro di me».
«be'... ecco... io...».
«Fai come ti dico, non te ne pentirai...» e, mentre lo dice, con una mano scende lenta sul fianco scoperto per poi allargare con decisione i glutei, quasi fosse un invito. Il ragazzo non sa più che fare, combattuto in un misto di eccitazione e paura. Alla fine vince la sua timidezza e fa quello che la donna gli ha chiesto di fare. Si inginocchia a terra dietro di lei, non curandosi della sporcizia umida sparsa su tutto il pavimento, appoggia le mani sulle natiche e le allarga leggermente.
Poi guarda dentro quel buio caldo, attraverso l'otto perfetto formato dai suoi due fori. Questo è quello che ha potuto vedere per l'ultima volta:

La sala dalla copertura in legno a vista è piena di individui seduti ai tavoli da studio. Un leggero ma costante brusio percorre l'aria calda e umida per il respirare di tutti quei polmoni. In un tavolo d'angolo, un ragazzo con i capelli quasi rasati a zero porta la barba. Davanti a lui, sopra al tavolo, un computer. Sta leggendo un blog, uno di quei diari pubblici che ormai infestano la rete. La schermata mostra la scritta:

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Poco più sotto, vicino a dei campi di testo da riempire, ci sono delle didascalie bizzarre. In pochi secondi il ragazzo le compila con i suoi dati:












Poi comincia a digitare un commento alla tastiera e questo è quello che scrive:

[...]

Riferimento

Indirizzo di riferimento per l'intervento:
http://www.al3sim.com/cgi-bin/mt/mt-tb.cgi/113

Commenti (18)

cate:

wow.

veramente.

:)

(mi associo)

@ cate: grazie! :) anche a me piace il vov.

@ frieda: hey, è troppo facile dire "mi associo": mi sarei aspettato qualcosa di più da te :P

Non male la traccia audio nascosta in mezzo alle parole. L'hai fatta tu?

ogni parola superflua sporcherebbe ciò che hai scritto (benissimo). :-)

@ frieda: troppo gentile, ma non sei obbligata a metterti le pattine per non sporcare. :)

cate:

sai che l'ho stampato e l'ho letto a letto al mio amato?

questo è un privilegio che finora ha avuto solo un altro scritto, che era proprio di frieda.

:)

Ne sono lusingato e onorato, Cate. E dopo che l'hai letto (a letto) che ha detto il tuo amato? (son più curioso di un gatto)

cate:

ha detto "figata!" (momento di silenzio, giramento nel letto) "...mi piace, mi piace, è bello."
poi gli ho detto: "questo tipo ha un blog veramente bello."
e lui: "ah!"

:)

cate:

(mi rendo conto che io e il mio uomo abbiamo un lessico assai povero, in questi momenti letteschi di dolcezza stanca-"figata", "tipo"... Probabilmente c'entra anche col fatto che quando leggo qualcosa, dopo mi sento svuotata delle parole belle.
oppure solo col fatto che siamo due maledetti ggggiovani.)

Ggggiovani con ben quattro G, mica pizza e fichi. :D Vorresti dire che non sono più giovane? Magari sono ggiovane solo con due G, no?

cate:

non so quanto tu sia gggiovane. semplicemente, non ti ho mai sentito dire (perfortuna) parole come "tipo" e "figata".

:)

Eh, figata! No? Tipo un intellettuale, insomma... :P

cate, parla come uno scaricatore di porto! :)

Chi? Io? Ma che ca**o dici?

gaja:

Lo vogliamo aggiornare questo blogghe o no? :DDDD
Non lo so eh...
ah, grazie...
:P

tiè! :D

gaja:

PRRRRRRRRRRRRR! :PPPP


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A proposito

Questa pagina contiente un singolo intervento scritto il 21.01.08 09:28.

L'intervento precedente era un ricordo.

Il prossimo intervento è spakka.

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