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Esco alle ventitré e trenta. E' domenica. Prendo la macchina e la luna rende tutto più blu. Vado in centro, in piazza o quello che è diventato: un recinto per scorrazzare e sfilare mostrando gli stessi vestiti esposti nelle vetrine degli onnipresenti negozi d'abbigliamento. Dentro la testa ho un nido di serpi ma le signore che mi passano vicino con le loro borsette puzzolenti mica se ne accorgono. Nessuno si accorge di nessuno, questo è vivere. E' tutto un vociare, muoversi e mettersi in mostra. Muovo i piedi in fretta, alto, magro e abbronzato come per mascherare il dolore, e entro nel primo bar che capita. Mi avvicino al bancone tra la gente che parla e parla e parla e parla e ordino un caffè. Un caffè, sì, per non prendere sonno e dover fare ancora degli altri sogni che non voglio più fare. Un gruppo di ragazzini si scosta come se avessero fiutato il mio dolore e mi guardano con un misto di curiosità e ribrezzo; le loro felpe odorano di madre e sigarette. Ma è dolore quello che sentono o vedono scorrere nero tra le fosse delle mie guance? E' dolore quello che sento? Ordino il caffè (corretto) al barista con la maglietta della nazionale di calcio. Lui fa quello che deve fare e io mi appoggio al bancone. Non me ne frega un cazzo dei loro occhi che guardano, proprio un cazzo. Comincio a scartabellare nell'archivio dei sentimenti e delle sensazioni. Metodico apro i cassetti di legno tarlato e scorro le dita veloci sulle schede: amore, astio, [...] odio. Magari è davvero odio. Apro la bustina dello zucchero che verso nella tazzina mentre loro parlano, parlano, parlano. Ritorno al mio schedario.

ò|dio s.m. sentimento di forte ostilità e avversità nei confronti di qualcuno di cui si desidera il male: nutrire, provare o., un o. feroce, è accecato dall'o.

Più ci penso è più mi convinco che sia proprio odio quello che sento. Ma è possibile che io senta tutto questo per una persona che in fondo non ho mai conosciuto fisicamente? La conosco attraverso delle parole, scritte e raccontate da un'altra persona. Odio anche quelle parole? Sì. Tolgo gli occhi dalle schede e le donne sedute ai tavolini hanno tutte lo stesso volto. Provo a imputare la colpa di questo al caffè corretto ma poi penso che sia una cazzata. Pago ed esco di nuovo tra la folla. Penso a un verme bianchiccio che vive sottoterra, liscio, glabro e viscido. Posso odiare un essere simile? No, non merita nemmeno questo.

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