Splendor vacui
Il sole è alt(r)o nel cielo, malgrado il pomeriggio inoltrato. Erba secca ai lati della superficie sassosa e arsa della strada in terra battuta. Pini domestici effondono il loro odore di resina e di aghi morti nell'aria. Le acacie immobili, senza vento, senza respiro alcuno, offrono rifugio tra le loro spine rade alle cicale che sfregano le zampe in un'unica nota ritmica.
Il rumore della bicicletta - regalo e reperto della prima comunione -, delle sue ruote di gomma coi denti di gomma che di tanto in tanto fanno schizzare come proiettili i sassi verso direzioni non calcolabili e imprevedibili, spaventa le lucertole appiattite sulle superfici irregolari delle rocce esposte al sole. I sassi a volte rimbalzano contro il telaio metallico che per tutta risposta emette un clank. Altre volte sfrecciano sibilando contro altre rocce ai lati del sentiero oppure si perdono sordi tra l'erba alta.
Pedalo, sudo, e gli insetti mi danno la caccia, attirati dall'anidride carbonica e dal calore emesso dalla mia pelle. Non faccio caso né al sudore che mi cola copioso dalla fronte sugli occhi socchiusi per via della troppa luce, né alla sterpaglia che mi frusta di tanto in tanto i polpacci scoperti ferendomi. Non ci faccio caso, perché non prestano attenzione a tutto questo nemmeno le pietre o le piante lì intorno. Io non sono da meno: penso solo a spingere i piedi sui pedali, con tenacia, a ritmo di cinque quarti, per salire il sentiero, pedalata dopo pedalata, e guadagnare la cima con determinazione. Lo sterrato che svolta dietro una piccola cresta sul lato del monte si dirama in due direzioni opposte, ognuna delle quali si perde indistinta nella macchia, senza offrire possibilità alcuna allo sguardo di intuire verso quale destinazione possano portare, se verso la cima o di nuovo a valle. Appoggio i piedi a terra, prima il sinistro, poi il destro, cercando aderenza con il terreno. Sbuffo e prendo fiato mentre il caldo mi sopraffà dall'interno, a vampate in sincrono col battito del cuore accelerato. Bevo con avidità l'acqua ormai calda della boccetta di plastica.
E adesso che faccio?
Sei troppo distante da casa per tornare indietro.
Lo so.
Puoi soltanto andare avanti.
Eh, grazie! Ma dove?
Dove vuoi tu.
Vorrei tanto saperlo.
Soltanto io ti posso aiutare.
Credo di sapere anche questo.
Allora che c'è che non va?
Dovrei darti retta più spesso, ecco cosa c'è...
E te ne accorgi solo ora?
Credo di sì.
Credi o ne sei sicuro?
Ne sono sicuro.
E cosa vorresti che ti dicessi, ora?
Vorrei che mi dicessi cosa voglio davvero.
Cosa vuoi?
Saper scegliere.
Ma tu sai farlo, sai? È solo che non ne sei pienamente consapevole.
Ora che me lo hai detto lo so.
Devi soltanto ascoltarti.
È quello che sto facendo.
Non prendo nessuno dei due sentieri. Getto la bici e me ne fotto di chiuderla a chiave con la catena, me ne fotto delle strade battute da altri, me ne fotto degli insetti che mi danno la caccia, me ne fotto della stanchezza e del sudore. Mi immergo nella vegetazione che cresce fitta ai lati del percorso in terra battuta. I rovi mi rigano le braccia scoperte, le ragnatele mi si appiccicano al viso, pezzi di pianta secca mi si impigliano nella barba. Il bosco è vivo, respira con un crepitio di legni e cose che si muovono fuori dalla vista. Respiro, con lui, assecondandolo con riverenza. Mi sento piccolo, lascio che quella bocca verde e spalancata mi inghiotta nelle sue viscere che portano inesorabilmente verso l'alto.
E quando sto sopra la montagna e guardo verso il basso, verso valle, capisco un bel po' di cose: che le case sono piccole, le strade dei capelli per terra, le macchine chicchi di riso, noi dei piccoli parassiti, mentre l'orizzonte invece è così grande e distante.

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